"And I want life in every word to the extent that it's absurd
I know you're wise beyond your years, but do you ever get the fear
That your perfect verse is just a lie you tell yourself to help you get by?"
Allie
mercoledì, settembre 14, 2011
lunedì, dicembre 06, 2010
Random I Am - Of Dice and Boards.
"Every morning, it's a new surprise
Don't know who I am before I roll the dice..."

Don't know who I am before I roll the dice..."
Millencolin, "Random I Am"
Qualche giorno (notte) fa ho scritto una lettera a un caro amico. Sì, d'accordo, era un'e-mail, ma aveva il profumo e la lunghezza di una missiva vergata a mano e macchiata dell'inchiostro notturno dei pensieri tanto confusi quanto profondi dell'insonnia e dell'introspezione. Fra le altre cose ho buttato lì una frase scaturita quasi sua sponte, che riassume il lingering feeling che mi accompagna in questo periodo. "Ho paura di tornare indietro sul tabellone invece di tirare il dado e proseguire." Metafora banale, forse, ma efficace per molti versi. Il caroamicotiscrivo me l'ha giustamente rilanciata, perchè la tenessi a mente e perchè mi adoperassi per tirarlo, quel dado. Me la appunto qui, non per autocompiacimento, ma perchè a volte fa davvero bene ricordarsi del proprio senso di marcia.
Qualche giorno (notte) fa ho scritto una lettera a un caro amico. Sì, d'accordo, era un'e-mail, ma aveva il profumo e la lunghezza di una missiva vergata a mano e macchiata dell'inchiostro notturno dei pensieri tanto confusi quanto profondi dell'insonnia e dell'introspezione. Fra le altre cose ho buttato lì una frase scaturita quasi sua sponte, che riassume il lingering feeling che mi accompagna in questo periodo. "Ho paura di tornare indietro sul tabellone invece di tirare il dado e proseguire." Metafora banale, forse, ma efficace per molti versi. Il caroamicotiscrivo me l'ha giustamente rilanciata, perchè la tenessi a mente e perchè mi adoperassi per tirarlo, quel dado. Me la appunto qui, non per autocompiacimento, ma perchè a volte fa davvero bene ricordarsi del proprio senso di marcia.
Allie

domenica, dicembre 05, 2010
Hypodermic
"Doesn't matter who you've been
You're reaching in but you don't know where to begin..."
The Offspring - "Hypodermic"
Mentre scrivo di stereotyping and sense-making per qualche astruso motivo mi torna in mente questa vecchia canzone dei miei beneamati Offspring, una traccia forse sconosciuta a chi non si è spinto indietro oltre Smash e Ixnay, ma che a me è rimasta impressa. Eccomi di nuovo a tirare le somme, o quasi, di un altro intenso periodo all'estero. Il tutto mentre cerco di addentrarmi nei meandri della teoria dell'identità sociale, almeno quel tanto che basta per fornire un framework teorico alle mie analisi cinematografiche. (Ri)partire implica certamente rimettersi in discussione... ma (ri)tornare spesso è ancora più complesso... uno si plasma un'identità "nuova" in virtù di tutte le esperienze e le persone che incontra sul suo cammino, ma poi si ritrova all'improvviso a dover fare i conti con la (le) identità precedenti, custodite nei luoghi e nelle memoria collettiva (almeno di quelli che ancora si ricordano di lui!). E allora it "doesn't matter who you've been", or does it? Conta solo quello che si era prima, nel luogo a cui si fa ritorno? E che fare di quello che si è stati nel mezzo, nell'altrove spaziale e mentale? Francamente stavolta mi sento ancora meno in grado di rispondere. Passare qualche mese all'estero per certi versi è una magnified projection della fugace esperienza dell'altrove regalato da un libro o da un film: certo, è vita vera, a volte anche complicata da tutta una serie di questioni organizzative che ne rallentano la realizzazione vera e propria, ma contiene anche la dimensione dell'esplorazione, della possibilità, una gamma di opzioni che magari nel mondo "normale" non si prenderebbero nemmeno in considerazione o non esisterebbero tout court. Ecco, per la prima volta da quando ho cominciato a spostarmi sul serio ho cominciato a considerare la mia città d'origine come *una* tra le possibilità, non *la* mia dimensione di default. Me ne sono stupita io stessa, ho sempre visto il rientro come una normale conclusione del percorso, a volte anzi l'ho ricercato perchè provavo il desiderio di riappropriarmi di una realtà che sentivo molto più mia di quella in cui mi ero proiettata e con cui faticavo a venire a patti. Stavolta invece temo il pigeonholing che potrebbe aspettarmi, temo quel mondo lavorativo-accademico che ho sempre saputo ostile ma che ora più che mai mi sembra veramente saturo, inespugnabile e malato. Non che qui sia tutto rose e fiori, se non avessi la maggiorazione della borsa di studio probabilmente avrei dovuto far fagotto in quattro e quattr'otto, visto il costo della vita londinese, e tuttavia, anche se studenti e ricercatori sono in subbuglio anche qui, in qualche modo mi sembra che ci sia un minimo di respiro in più (ok, il termine di paragone rende tutto migliore...). Del resto mi sono resa conto da poco dell'ironia di vivere a Barons Court... nomen omen? Boh, quasi quasi ci spero, almeno avrei un mazzo di chiavi per entrare!

The Offspring - "Hypodermic"
Mentre scrivo di stereotyping and sense-making per qualche astruso motivo mi torna in mente questa vecchia canzone dei miei beneamati Offspring, una traccia forse sconosciuta a chi non si è spinto indietro oltre Smash e Ixnay, ma che a me è rimasta impressa. Eccomi di nuovo a tirare le somme, o quasi, di un altro intenso periodo all'estero. Il tutto mentre cerco di addentrarmi nei meandri della teoria dell'identità sociale, almeno quel tanto che basta per fornire un framework teorico alle mie analisi cinematografiche. (Ri)partire implica certamente rimettersi in discussione... ma (ri)tornare spesso è ancora più complesso... uno si plasma un'identità "nuova" in virtù di tutte le esperienze e le persone che incontra sul suo cammino, ma poi si ritrova all'improvviso a dover fare i conti con la (le) identità precedenti, custodite nei luoghi e nelle memoria collettiva (almeno di quelli che ancora si ricordano di lui!). E allora it "doesn't matter who you've been", or does it? Conta solo quello che si era prima, nel luogo a cui si fa ritorno? E che fare di quello che si è stati nel mezzo, nell'altrove spaziale e mentale? Francamente stavolta mi sento ancora meno in grado di rispondere. Passare qualche mese all'estero per certi versi è una magnified projection della fugace esperienza dell'altrove regalato da un libro o da un film: certo, è vita vera, a volte anche complicata da tutta una serie di questioni organizzative che ne rallentano la realizzazione vera e propria, ma contiene anche la dimensione dell'esplorazione, della possibilità, una gamma di opzioni che magari nel mondo "normale" non si prenderebbero nemmeno in considerazione o non esisterebbero tout court. Ecco, per la prima volta da quando ho cominciato a spostarmi sul serio ho cominciato a considerare la mia città d'origine come *una* tra le possibilità, non *la* mia dimensione di default. Me ne sono stupita io stessa, ho sempre visto il rientro come una normale conclusione del percorso, a volte anzi l'ho ricercato perchè provavo il desiderio di riappropriarmi di una realtà che sentivo molto più mia di quella in cui mi ero proiettata e con cui faticavo a venire a patti. Stavolta invece temo il pigeonholing che potrebbe aspettarmi, temo quel mondo lavorativo-accademico che ho sempre saputo ostile ma che ora più che mai mi sembra veramente saturo, inespugnabile e malato. Non che qui sia tutto rose e fiori, se non avessi la maggiorazione della borsa di studio probabilmente avrei dovuto far fagotto in quattro e quattr'otto, visto il costo della vita londinese, e tuttavia, anche se studenti e ricercatori sono in subbuglio anche qui, in qualche modo mi sembra che ci sia un minimo di respiro in più (ok, il termine di paragone rende tutto migliore...). Del resto mi sono resa conto da poco dell'ironia di vivere a Barons Court... nomen omen? Boh, quasi quasi ci spero, almeno avrei un mazzo di chiavi per entrare!
Allie
lunedì, ottobre 11, 2010
PhD-ing in Britain
giovedì, agosto 19, 2010
Unfinished Business
Ne' la ricerca, ne' i lavori freelance hanno mai veramente fine. Shame on me per essermi portata dietro un sacco di roba arretrata, ma anche volendo non avrei avuto modo di smaltire tutto prima della partenza... e se non altro, anche se passo secoli incollata al computer come al solito, quando esco dal laboratorio e' tutta un'altra cosa avere Londra intorno... Il progetto a cui accennavo nell'ultimo post (ormai datato) e' andato in porto, tra frenetici preparativi, innumerevoli problemi con l'alloggio (altra cosa che non ha mai fine!) e smaltimento traduzioni, trascrizioni, sottotitolaggio, paper... Insomma, estate molto piena, ma nel complesso sono davvero felice della trasferta britannica. L'Inghilterra resta sempre il primo amore, anche se dovendo scegliere temo di propendere comunque per quella "Nuova"... Spero di aver tempo di parlare meglio della mia vita qui, ma temo di dover rimandare al post-Torino... ironia della sorte, eccomi di nuovo alla volta di questa bella citta', pronta (no, questo non e' vero!) per un'altra bella conferenza. Il che implica che smetta di scrivere qui e torni al mio paper in fieri!
Allie
Allie
mercoledì, giugno 16, 2010
Storm in a Teacup
Immagino che a molti capiti di non riuscire a dormire a causa di un temporale... ma dubito che ci siano altre persone che non riescono a prender sonno per paura di *perdersi* la pioggia! Certo, non è che io sia comunque in grado di dormire a prescindere dalla situazione meteorologica... ma in questo preciso momento il temporale è il correlativo oggettivo dell'esaltazione che cresce dentro di me. Progetti in fase di concretizzazione... progetti importanti per tanti motivi, per uno forse ancor più che per tutti gli altri... I due indizi più significativi sono già nel titolo di questo post. E che il countdown abbia inizio.
Allie

(Foto da http://www.barryhuggins.com/images/book%20tutorial%20images/storm-in-teacup_final.jpg)
Allie

(Foto da http://www.barryhuggins.com/images/book%20tutorial%20images/storm-in-teacup_final.jpg)
domenica, maggio 16, 2010
We Are Golden
Mi ripeto sempre che dovrei imparare a vivere nel presente. Non è esatto, in realtà: dovrei imparare imparare a capire come percepirò il mio futuro una volta che sarà diventato passato. Dedico (spreco) un sacco di tempo a valutare i pro e i contro di ogni minima scelta, ma sono incapace di vedere "the big picture". Se ci fossi riuscita al momento della prima grande Decisione Per La Vita avrei capito che molte delle cose che ho inseguito in giro per il mondo potevo trovarle iscrivendomi alla SSLMIT subito dopo il liceo. Molte volte ho dichiarato che anche tornando indietro nel tempo avrei rifatto le stesse scelte accademiche, cosa che in buona parte resta vera: volevo studiare letteratura, ho seguito corsi fondamentali, incontrato docenti veramente validi e avuto occasioni importanti di crescita come gli scambi all'estero. Epppperò. Sarà che scrivo dopo la bellissima festa per il ventennale SSLMIT, ma ci sono molte cose del polo forlivese che mi avrebbero cambiato la vita. Probabilmente sarebbe stata una dura lotta coi livelli di stress che ho potuto notare nelle amiche sslmitiane e sicuramente vivere a Bologna ha avuto i suoi vantaggi, però la neoventenne Scuola Interpreti presenta alcune caratteristiche che mi sono mancate in tutti gli anni in via Cartoleria. A parte l'ottimo corpo docenti e la qualità delle risorse, la vera rivoluzione è che la gente alla SSLMIT ci crede. Crede in quello che fa, crede nell'imparare davvero le lingue, nel viverle fino in fondo, nel costruircisi un futuro, nel partecipare attivamente e nello sviluppare un senso critico e una capacità organizzativa difficili da trovare altrove. Prende sul serio gli impegni accademici, studia davvero (la biblioteca è aperta e frequentata fino alle 22), organizza study meeting e approfitta delle opportunità di apprendimento extra. Ma sa anche prendersi in giro con un'autoironia mai scontata, sa che dovrà ingegnarsi per far fronte all'immancabile "perplessità" (cit.) post-lauream. Naturalmente non posso generalizzare, nè negare di aver incontrato persone importanti anche nel labirinto di Lingue. Posso però dire che il master, per quanto breve, mi ha aperto un mondo di discussioni sugli argomenti che amo di più. lingue, cinema e letteratura, ma soprattutto mi ha regalato amicizie che sanno ridarmi speranza anche quando mi sento fuori dal mondo. You know who you are. Ora stiamo a vedere come si configura il dottorato: manca la dimensione di quasi-convivenza, ma che bello avere colleghi simpatici e potermi finalmente dedicare al tipo di ricerca che mi interessa davvero. E pensare che posso essere linguisticamente Hermionesque finchè mi pare e cercare di trasformare davvero le mie passioni nel sogno di una professione. "No giving up when you’re young and you want some".
Allie
Allie
sabato, marzo 20, 2010
"Don't analyse, don't go that way..."
La musica è un dono. La competenza musicale invece è un dono che non ho, nè a livello di performance (escludendo quell'ottava scarsa che so tirar fuori da un flauto dolce e i tre accordi di numero che la mia povera vecchia chitarra subiva sotto i miei polpastrelli inesperti), nè a livello di critica (caro Piero, non sono nemmeno degna di leggerti, io che non distinguo una nota dall'altra). Però la musica la so vivere. Mi condiziona, mi dà carica, mi culla senza pretendere che sappia decodificarne i meccanismi. E anche se vorrei "fare di più" sono già felice di potermela sentire nella mente e nell'anima, di poterne godere in maniera diretta e non mediata, istintivamente (animalinstinctivamente!). Non voglio analizzare perchè mi piacciono certi gruppi o certi generi invece di altri; i motivi sono tanti, tautologicamente potrei dire per "piacere acustico", ma non importa granché. Quello che conta, che ha sempre contato, sono le emozioni che la musica riesce a trasmettermi, e naturalmente quella dal vivo ha un potere ancora più forte in questo senso. Per me un concerto, un *bel* concerto, è un evento da attendere con ansia, da vivere appieno assorbendone tutta l'energia per poi portarla con sè. Nel corso degli anni, diciamo dai 13 in poi, sono stata a un discreto numero di concerti e festival, magari un giorno cercherò di ricostruirne un elenco approssimativo (a breve ci sarà giusto un quindicesimo anniversario da commemorare :-) ). Ho visto artisti diversi tra loro e vissuto le varie esperienze con un bagaglio personale di volta in volta diverso e con compagni d'avventura diversi (ma Andrea vince su tutti per presenze!)... ma l'emozione in fondo non è cambiata. Quest'anno ("scolastico", si intende!) ho avuto la fortuna di rivedere dal vivo tre gruppi che avevo amato sin dall'adolescenza... naturalmente sono cambiati loro e sono cambiata io, ma ritrovare la passione è stato automatico e tutte e tre le serate si sono rivelate davvero memorabili. Dei Green Day a novembre ho già parlato, di Joey Cape e Tony Sly (ma soprattutto Joey Cape!) avrei dovuto scrivere a caldo a fine febbraio (un tripudio di rivisitazioni acustiche, trips down memory lane e la gioia post-teen-crush di una foto con Joey!)... ma al momento nelle mie
orecchie risuonano ancora (egggraaazzzie, c'ho le cuffie!) le note dello splendido concerto milanese dei Cranberries di qualche giorno fa. Il tour della reunion, l'unica data italiana (a cui poi in realtà ne seguiranno altre durante l'estate), un saluto alla "mia" Milàn, l'immenso Mediolanum Forum di Assago stracolmo di gente... e soprattutto la carica infinita di Dolores. Credo fosse il mio quinto o sesto concerto dei Cranberries, includendo il Taratatà, l'MTV Day e la trasferta fiorentina... ma valeva davvero la pena di ripetere l'esperienza. Una set list a cui non mancava quasi nulla (al momento fra le grandi assenze mi viene in mente solo Promises), con brani tratti un po' da tutti gli album e lo splendido atto finale di Dreams.
"I know I've felt like this before
but now I'm feeling it even more..."
Allie
orecchie risuonano ancora (egggraaazzzie, c'ho le cuffie!) le note dello splendido concerto milanese dei Cranberries di qualche giorno fa. Il tour della reunion, l'unica data italiana (a cui poi in realtà ne seguiranno altre durante l'estate), un saluto alla "mia" Milàn, l'immenso Mediolanum Forum di Assago stracolmo di gente... e soprattutto la carica infinita di Dolores. Credo fosse il mio quinto o sesto concerto dei Cranberries, includendo il Taratatà, l'MTV Day e la trasferta fiorentina... ma valeva davvero la pena di ripetere l'esperienza. Una set list a cui non mancava quasi nulla (al momento fra le grandi assenze mi viene in mente solo Promises), con brani tratti un po' da tutti gli album e lo splendido atto finale di Dreams."I know I've felt like this before
but now I'm feeling it even more..."
Allie
venerdì, marzo 12, 2010
Sostanza dei sogni miei...
La notte è fatta per sognare... e se non si riesce a farlo dormendo ci si accontenta di farlo ad occhi aperti... che va bene lo stesso, perchè ogni tanto è giusto ricordarci della "miglior cosa / Che [ci] sia successa..."
Allie
Allie
mercoledì, marzo 10, 2010
Del deprezzamento dell'informazione "nell'epoca della sua riproducibilità tecnica"
Amo Internet. Amo la praticità dei cellulari (senza troppi fronzoli, a dire il vero, ma tant'è). Amo poter raggiungere amici lontani in the blink of an eye, comunicare rapidamente, scambiare informazioni e materiali con pochi clic. Mi rattristano, però, gli effetti collaterali dell'era dell'informazione e della comunicazione istantanea. Si parla sempre di information overload incitandono i poveri Wilfers idealisti e senza bussola a scremare le valanghe di parole, immagini e suoni con cui i nuovi media (e in particolare la rete) ci sommergono in tempo reale. Un problema che ben conosco, certo. La mia ansia da prestazione accademico-intellettuale mi fa soccombere più e più volte sotto il peso della fase di recupero materiali, tanto che il momento di sintesi e rielaborazione viene rimandato all'infinito.
Ma non è questo che mi preoccupa, in realtà. Non sono certo la prima persona che si mette a speculare sull'evoluzione della comunicazione e delle relazioni interpersonali sotto l'influenza dei new media, ma nel mio piccolo mi permetto alcune considerazioni un po' amare, che non brilleranno per scientificità ma che sento di dover esprimere.
Banalità "economica" di partenza: la diffusione e la reperibilità illimitata di un prodotto o un servizio ne fanno crollare il prezzo (e di conseguenza il valore che istintivamente vi attribuiamo). Ora potrei riportare i miei quanto mai arzigogolati percorsi mentali intorno a questo argomento, ma in fondo arrivare posso arrivare al dunque anche in direttissima: non solo la possibilità di accedere istantaneamente a qualsiasi tipo di informazione può portare, e mi si perdoni il moralismo démodé, a "godersi meno le cose", ma credo che la nuova comunicazione senza più limiti di spazio e tempo tenda anche alla necrosi relazionale.
A livello di comunicazione vocale si verifica una serie di fenomeni alienanti che rischia di annullare gli effetti positivi di aggregazione: nel comunicare il proprio hic et nunc se ne perde la specificità spazio-temporale, nell'inseguire il sogno dell'Altrove (cosa che io ho sempre fatto, anche prima dell'avvento delle nuove tecnologie) ci si costruisce una collocazione che in realtà non ha referenti concreti, non si è mai nè "qui" (perchè ci si aliena dal contesto) nè "là" (perchè appena si riattacca si chiude il portale del teletrasporto). Non fraintendemi: continuo a essere felice di poter "vivere" momenti "altri" (e altrui), vicariously, ma a volte cercando di "essere" in troppi luoghi contemporaneamente si finisce per non essere in nessun dove.
Quello che percepisco come il problema più grande, tuttavia, è la deresponsabilizzazione insita nei nuovi meccanismi di comunicazione scritta: e-mail e sms, che pure sono il mio pane quotidiano, portano con sè, oltre all'indubbia comodità del contatto virtuale istantaneo gratuito (o comunque relativamente economico) a prescindere dalle distanze, uno svilimento dell'atto comunicativo generato proprio dalla facilità di quest'ultimo e dalla sua indipendenza da limiti spaziali e temporali. Salvo quando espressamente specificato, un'e-mail o un sms non richiedono al destinatario una risposta immediata, tanto non vi sono limiti di orario nè attese per la consegna del messaggio. Benissimo, per certi versi, certo a noi insonni fa molto comodo poter sbrigare di notte la corrispondenza che non abbiamo smaltito di giorno, senza timore di disturbare.
Il problema è che per molti la libertà di rispondere quando si preferisce degenera nella libertà di rispondere tout court. C'è caso e caso, ovviamente, e anche a me capita di farmi viva dopo secoli o anche di dimenticarmene del tutto: so bene che ognuno di noi è chiamato a seguire sempre più calendari e canali di comunicazioni diversi ed è fisiologico che qualcosa si perda per strada. Ma la deformazione mentale che porta a pensare che la rapidità di contatto e il costo limitato o inesistente determinino anche una svalutazione del contenuto e addirittura dell'atto della comunicazione, quella no che non è fisiologica, signori miei. Quella, a casa mia (e a costo di sembrare ancor più anacronistica), si chiama maleducazione, menefreghismo, mancanza di rispetto. E non è questione di suscettibilità: è semplicemente aberrante che da innovazioni tecnologiche giunte nel nome della praticità si arrivi alla svalutazione della comunicazione stessa, ovvero dell'atto fondamentale delle relazioni interpersonali.
Oh, certo, per cliccare su "invia" mi è bastato un secondo. Ma magari per trovare quell'informazione che mi avevi chiesto ci ho messo mezz'ora. Magari per mandare una decina di messaggi organizzativi personalizzati non ci vuole solo quel minutino scarso che tu ipotizzi nel vedere i miei 160 caratteri. Magari per rileggerti quel testo "che tanto era una paginetta scarsa" ci ho messo tre ore. O magari chissenefotte di quanto ci ho messo. Magari la cosa importante è che ho pensato a te, proprio a te, per un minuto, per un'ora o per un giorno, e che il dannato filtro telematico non ti trasmette questo punto cruciale.
Ma naturalmente, come per tante "derive" di questo brave new world, c'è ben poco da fare, oltre a lottare contro i soliti mulini a vento. Mi accontento quindi di far sapere a voi che avete avuto la pazienza di arrivare fin qui che da qualche parte esisterà sempre qualcuno che toh, vorrà proprio comunicare con voi. E, incredibile dictu, si aspetterà persino un'interazione.
Allie
Ma non è questo che mi preoccupa, in realtà. Non sono certo la prima persona che si mette a speculare sull'evoluzione della comunicazione e delle relazioni interpersonali sotto l'influenza dei new media, ma nel mio piccolo mi permetto alcune considerazioni un po' amare, che non brilleranno per scientificità ma che sento di dover esprimere.
Banalità "economica" di partenza: la diffusione e la reperibilità illimitata di un prodotto o un servizio ne fanno crollare il prezzo (e di conseguenza il valore che istintivamente vi attribuiamo). Ora potrei riportare i miei quanto mai arzigogolati percorsi mentali intorno a questo argomento, ma in fondo arrivare posso arrivare al dunque anche in direttissima: non solo la possibilità di accedere istantaneamente a qualsiasi tipo di informazione può portare, e mi si perdoni il moralismo démodé, a "godersi meno le cose", ma credo che la nuova comunicazione senza più limiti di spazio e tempo tenda anche alla necrosi relazionale.
A livello di comunicazione vocale si verifica una serie di fenomeni alienanti che rischia di annullare gli effetti positivi di aggregazione: nel comunicare il proprio hic et nunc se ne perde la specificità spazio-temporale, nell'inseguire il sogno dell'Altrove (cosa che io ho sempre fatto, anche prima dell'avvento delle nuove tecnologie) ci si costruisce una collocazione che in realtà non ha referenti concreti, non si è mai nè "qui" (perchè ci si aliena dal contesto) nè "là" (perchè appena si riattacca si chiude il portale del teletrasporto). Non fraintendemi: continuo a essere felice di poter "vivere" momenti "altri" (e altrui), vicariously, ma a volte cercando di "essere" in troppi luoghi contemporaneamente si finisce per non essere in nessun dove.
Quello che percepisco come il problema più grande, tuttavia, è la deresponsabilizzazione insita nei nuovi meccanismi di comunicazione scritta: e-mail e sms, che pure sono il mio pane quotidiano, portano con sè, oltre all'indubbia comodità del contatto virtuale istantaneo gratuito (o comunque relativamente economico) a prescindere dalle distanze, uno svilimento dell'atto comunicativo generato proprio dalla facilità di quest'ultimo e dalla sua indipendenza da limiti spaziali e temporali. Salvo quando espressamente specificato, un'e-mail o un sms non richiedono al destinatario una risposta immediata, tanto non vi sono limiti di orario nè attese per la consegna del messaggio. Benissimo, per certi versi, certo a noi insonni fa molto comodo poter sbrigare di notte la corrispondenza che non abbiamo smaltito di giorno, senza timore di disturbare.
Il problema è che per molti la libertà di rispondere quando si preferisce degenera nella libertà di rispondere tout court. C'è caso e caso, ovviamente, e anche a me capita di farmi viva dopo secoli o anche di dimenticarmene del tutto: so bene che ognuno di noi è chiamato a seguire sempre più calendari e canali di comunicazioni diversi ed è fisiologico che qualcosa si perda per strada. Ma la deformazione mentale che porta a pensare che la rapidità di contatto e il costo limitato o inesistente determinino anche una svalutazione del contenuto e addirittura dell'atto della comunicazione, quella no che non è fisiologica, signori miei. Quella, a casa mia (e a costo di sembrare ancor più anacronistica), si chiama maleducazione, menefreghismo, mancanza di rispetto. E non è questione di suscettibilità: è semplicemente aberrante che da innovazioni tecnologiche giunte nel nome della praticità si arrivi alla svalutazione della comunicazione stessa, ovvero dell'atto fondamentale delle relazioni interpersonali.
Oh, certo, per cliccare su "invia" mi è bastato un secondo. Ma magari per trovare quell'informazione che mi avevi chiesto ci ho messo mezz'ora. Magari per mandare una decina di messaggi organizzativi personalizzati non ci vuole solo quel minutino scarso che tu ipotizzi nel vedere i miei 160 caratteri. Magari per rileggerti quel testo "che tanto era una paginetta scarsa" ci ho messo tre ore. O magari chissenefotte di quanto ci ho messo. Magari la cosa importante è che ho pensato a te, proprio a te, per un minuto, per un'ora o per un giorno, e che il dannato filtro telematico non ti trasmette questo punto cruciale.
Ma naturalmente, come per tante "derive" di questo brave new world, c'è ben poco da fare, oltre a lottare contro i soliti mulini a vento. Mi accontento quindi di far sapere a voi che avete avuto la pazienza di arrivare fin qui che da qualche parte esisterà sempre qualcuno che toh, vorrà proprio comunicare con voi. E, incredibile dictu, si aspetterà persino un'interazione.
Allie
martedì, febbraio 02, 2010
Zunge
Poichè sono nata e cresciuta in un ambiente in cui le lingue straniere venivano (e vengono) studiate, insegnate e soprattutto coltivate con dedizione e genuine fascination, le riflessioni linguistiche per me sono sempre state all'ordine del giorno. Riflessioni in ogni senso, dalle speculazioni più ragionate all'istintivo piacere o fastidio che provo nel leggere o sentire determinati grafemi o suoni. Naturale, quindi, che sia sempre stata più o meno consciamente attratta dai racconti incentrati su interpreti, traduttori o comunque situazioni di plurlilinguismo o di glottodidattica. Mi ha sempre affascinata, ad esempio, l'idea che in un dato momento della storia ci siano state persone che hanno dovuto *inventarsi* come interpreti, persone che hanno dato il via alla mediazione linguistica senza tutti i mezzi che abbiamo oggi. E non parlo solo di tecnologie, diffusione dell'informazione, stampa e quant'altro: penso spesso a come dev'essere avvenuto Il Primo Tentativo di Imparare Una Lingua Altrui, il primo superamento dei confini linguistici. D'accordo, indicare un albero e pronunciarne il nome nella propria lingua in modo che l'interlocutore allofono capisca è un conto, ma come spiegare ad esempio tutte le regole grammaticali senza un metalinguaggio, che sia la propria lingua o quella dell'altro? Sicuramente esisteranno mille teorie in proposito, ma l'inizio della lotta per sconfiggere la maledizione di Babele continua a farmi riflettere. Ci pensavo anche ieri notte, dopo aver finito il bel racconto (o romanzo breve, che dir si voglia) di Tawada Yoko "Il Bagno", che a sua volta mi ha fatto tornare in mente i racconti di Ingebord Bachmann contenuti nella raccolta "Il Trentesimo Anno", e ovviamente in particolare "Undine geht". Nelle poche pagine di Tawada Yoko si fondono mediazione linguistica e metamorfosi, sottrazione della lingua (letteralmente), l'immagine della sogliola (Seezunge, lingua del mare) come metafora femminile e fonatoria, ma anche un provocatorio paragone fra l'interpretazione e la prostituzione:
"Un’interprete è come una prostituta che si vende ai soldati di occupazione e viene odiata dagli uomini del suo paese. Evidentemente credono che le parole tedesche che si riversano nelle mie orecchie siano una sorta di sperma."
Non ho mai elaborato la cosa in questi termini, ma è pur vero che dietro la magia della mediazione fra lingue diverse si cela il lato oscuro della minaccia di "ibridazione", di "svendita", di "tradimento" delle proprie radici e della propria identità. Minaccia percepita non dal traduttore o dall'interprete, ma "da Tutti Gli Altri" che inconsciamente gliela riversano addosso. Personalmente ho sempre pensato che l'amore per le lingue e il desiderio di apprenderne il più possibile sia invece una forma di self-definition... ma devo ammettere che spesso mi sono trovata d'accordo con la citazione con cui chiuderò questo post:
"Io sono francese in Germania e tedesco in Francia; cattolico tra i protestanti, protestante tra i cattolici; filosofo tra i religiosi e baciapile tra i liberi pensatori; uomo di mondo tra i dotti e pedante tra gli uomini di mondo; giacobino tra gli aristocratici e nobile, uomo dell'ancien régime, e così via, tra i democratici. Sono sempre fuori luogo, ovunque straniero..."
Adalbert von Chamisso, Lettera a Madame De Stael (1810)
"Un’interprete è come una prostituta che si vende ai soldati di occupazione e viene odiata dagli uomini del suo paese. Evidentemente credono che le parole tedesche che si riversano nelle mie orecchie siano una sorta di sperma."
Non ho mai elaborato la cosa in questi termini, ma è pur vero che dietro la magia della mediazione fra lingue diverse si cela il lato oscuro della minaccia di "ibridazione", di "svendita", di "tradimento" delle proprie radici e della propria identità. Minaccia percepita non dal traduttore o dall'interprete, ma "da Tutti Gli Altri" che inconsciamente gliela riversano addosso. Personalmente ho sempre pensato che l'amore per le lingue e il desiderio di apprenderne il più possibile sia invece una forma di self-definition... ma devo ammettere che spesso mi sono trovata d'accordo con la citazione con cui chiuderò questo post:
"Io sono francese in Germania e tedesco in Francia; cattolico tra i protestanti, protestante tra i cattolici; filosofo tra i religiosi e baciapile tra i liberi pensatori; uomo di mondo tra i dotti e pedante tra gli uomini di mondo; giacobino tra gli aristocratici e nobile, uomo dell'ancien régime, e così via, tra i democratici. Sono sempre fuori luogo, ovunque straniero..."
Adalbert von Chamisso, Lettera a Madame De Stael (1810)
Allie

venerdì, gennaio 29, 2010
"Who wrote Holden Caulfield?"
"I shuffle through my mind
To see if I can find
The words I left behind..."
Green Day, "Who wrote Holden Caulfield?"
To see if I can find
The words I left behind..."
Green Day, "Who wrote Holden Caulfield?"

Un pensiero per ricordare un grande autore che si è spento ieri... Ho vissuto J.D. Salinger in tanti modi, anche solo considerando The Catcher in the Rye, le due lingue in cui l'ho letto e il bel reading a opera della Compagnia Fantasma a cui ho assistito l'anno scorso. Ora che sto per dedicare i prossimi anni allo studio della youth culture americana si impone indubbiamente una rilettura... Ma voglio approfittarne per ricordare (a me stessa e a eventuali lettori) che oltre al capolavoro che tutti conoscono almeno per sentito dire la produzione di Salinger offre anche una serie di altre piccole gemme da riscoprire: Franny & Zooey, ma anche i Nove Racconti, tra i quali ricordo in particolare il geniale "A Perfect Day for Bananafish".
"Well, they swim into a hole where there's a lot ... of bananas. They're very ordinary-looking fish when they swim in. But once they get in, they behave like pigs. Why, I've known some bananafish to swim into a banana hole and eat as many as seventy-eight bananas." He edged the float and its passenger a foot closer to the horizon. "Naturally, after that they're so fat they can't get out of the hole again. Can't fit through the door."
Allie
giovedì, novembre 12, 2009
Bite my lip and close my eyes...
Impressioni a caldo dopo un concerto davvero spettacolare... in tutti i sensi. Era da tempo che non "vivevo" uno show del genere, un po' perchè la grande era dei concerti (almeno per la sottoscritta) appartiene a un'altra fase della vita, un po' perchè ultimamente ho visto artisti di generi diversi (Marianne Faithfull, Joan as Police Woman, Portishead... pure Cristina D'Avena e i Gem Boy! :-))... l'evento che ho "sentito" di più negli ultimi anni probabilmente è stato il meraviglioso concerto dei R.E.M. all'Arena Civica di Milano, sotto le stelle di luglio, con gli Editors come spalla... davvero un signor concerto. Ma stasera... tutt'altra cosa, sì, ma un'adrenalina incredibile dritta dritta dal palco, dove un Billie Joe instancabile, insieme ai fidati compari di sempre Mike Dirnt e Tré Cool, oltre a svariati altri musicisti di cui non ho mai imparato i nomi (a parte "Birthday Boy" Jason!), ha dato vita a uno show davvero pirotecnico. Letteralmente: una scenografia spettacolare, con tanto di fuochi d'artificio, faceva da contraltare perfetto a una musica sempre estremamente coinvolgente. Ora, io non sono più la stessa persona che ha assistito all'ugualmente splendido concerto del Warning Tour del 2000, certo. Già allora sorridevo del mio passato da teenager che inneggiava a Billie Joe, ma adesso sono passati veramente tanti anni, milioni di cose sono cambiate e certo la mia percezione è completamente diversa. Diverso è anche il fatto che stavolta la mia conoscenza della set list era decisamente limitata, mi tocca ammettere che in questi anni ho seguito poco i Green Day, arrendendomi più che altro alle hit trasmesse via radio. Ovviamente avrei preferito conoscere ogni testo a memoria, io che adoro cantare a squarciagola quando la mia voce viene coperta dalla folla :-) Ma sentivo che sarebbe stata una splendida serata lo stesso, tanto da affrontare il temibile percorso-quasi-verso-yoox, gli ingorghi in tangenziale, sull'asse attrezzato e pure nella rotonda in uscita... senza avere in mano un biglietto d'ingresso! Per fortuna io e Tony siamo riusciti a procurarcene due... ne valeva decisamente la pena, una trentina di canzoni, più di due ore e mezza di concerto, tanto che l'inizio era stato anticipato alle 20:30... Dal palco una carica incredibile, una scaletta mista che privilegiava ovviamente gli ultimi album, ma lasciava spazio anche ai "miei", con perfino Going to Pasalacqua direttamente da 1039/Smoothed Out Slappy Hours... e un doppio encore ("Here we go again... :-p) perfetto con Wake Me Up When September Ends e Good Riddance (Time of Your Life).
Bello, bello, bello. A pelle, senza riflessioni estetiche.
"It's something unpredictable, but in the end it's right..."
Allie
Bello, bello, bello. A pelle, senza riflessioni estetiche.
"It's something unpredictable, but in the end it's right..."
Allie
mercoledì, settembre 30, 2009
Yellow Book Road
Liberarsi.
Librarsi.
Libare.
Bearsi.
Mentre sprofondo nella carta stampata, inebriandomi del suo dolce effluvio e ignorando a suon di bookshopping le varie minacce "un giorno o l'altro per colpa dei tuoi libri cederanno le fondamenta", penso che dovunque porterà la mia strada di tomi gialli preferisco camminare con un Peter Brooks o un Remo Ceserani come Spaventapasseri e Uomini di latta piuttosto che tener testa alla Wicked Witch che è la Corporate Life.
Read on. Ramble on.
Allie
Librarsi.
Libare.
Bearsi.
Mentre sprofondo nella carta stampata, inebriandomi del suo dolce effluvio e ignorando a suon di bookshopping le varie minacce "un giorno o l'altro per colpa dei tuoi libri cederanno le fondamenta", penso che dovunque porterà la mia strada di tomi gialli preferisco camminare con un Peter Brooks o un Remo Ceserani come Spaventapasseri e Uomini di latta piuttosto che tener testa alla Wicked Witch che è la Corporate Life.Read on. Ramble on.
Allie
giovedì, giugno 04, 2009
A Penny For My Thoughts (?)
Considerazioni sparse notturne, dislikes & the like.
1. Sono estremamente grata per l'autonomia concessami dal fatto di poter usufruire più o meno liberamente di una macchina e di non aver problemi di parcheggio sotto casa (letteralmente) e cerco di sfruttare le ore che passo al volante come momenti di decompressione mentale (grazie Jim Dale, grazie punk rock). Detesto però il traffico, l'avanzamento millimetrico a scatti nelle ore di punta e le teste di cazzo che arrivano sparate, ti sfanalano per farti spostare, ti superano e poi si spostano sulla corsia di destra venti metri dopo. E penso che quando ci si rende conto che piuttosto che aspettare che si smaltisca l'ingorgo a metà tangenziale conviene rifarsela in direzione opposta e prendere l'autostrada ci sia qualcosina da rivedere.
2. Fra la disarmante e ingenua schiettezza maschile (posto che si tratti realmente di ingenuità e non di studiata provocazione) e le futili, esasperanti dinamiche dei microcosmi femminili continuo a preferire la prima. Hai visto quella com'è vestita? Mi ha detto questa che quell'altra dice questo di me... "It's all about the he said she said bullshit."
3. Se mi avessero dato un centesimo per ogni consulenza linguistica "lampo" potrei andare in pensione. Se ne sono in grado mi fa piacere dare una mano, ma se si cerca un dizionario ad accesso diretto ci sono WordReference e tutti gli altri (non c'è nemmeno il ticket :-) ), e soprattutto una parola avulsa dal contesto non è un'equazione di primo grado. Ma poi a qualcuno verrebbe mai in mente di andare a chiedere a un matematico di eseguire un calcolo per cui basta una semplice calcolatrice? Bah.
4. Thrillville, acquistato online per una decina di euro, è probabilmente uno dei migliori giochi Wii sul mercato. Lucasarts, ovviamente, non delude mai. La musica monkeyislandiana che fa da sottofondo ai minigiochi pirateschi è poi un tocco geniale. Manca solo Bernard Bernoulli.

Allie
1. Sono estremamente grata per l'autonomia concessami dal fatto di poter usufruire più o meno liberamente di una macchina e di non aver problemi di parcheggio sotto casa (letteralmente) e cerco di sfruttare le ore che passo al volante come momenti di decompressione mentale (grazie Jim Dale, grazie punk rock). Detesto però il traffico, l'avanzamento millimetrico a scatti nelle ore di punta e le teste di cazzo che arrivano sparate, ti sfanalano per farti spostare, ti superano e poi si spostano sulla corsia di destra venti metri dopo. E penso che quando ci si rende conto che piuttosto che aspettare che si smaltisca l'ingorgo a metà tangenziale conviene rifarsela in direzione opposta e prendere l'autostrada ci sia qualcosina da rivedere.
2. Fra la disarmante e ingenua schiettezza maschile (posto che si tratti realmente di ingenuità e non di studiata provocazione) e le futili, esasperanti dinamiche dei microcosmi femminili continuo a preferire la prima. Hai visto quella com'è vestita? Mi ha detto questa che quell'altra dice questo di me... "It's all about the he said she said bullshit."
3. Se mi avessero dato un centesimo per ogni consulenza linguistica "lampo" potrei andare in pensione. Se ne sono in grado mi fa piacere dare una mano, ma se si cerca un dizionario ad accesso diretto ci sono WordReference e tutti gli altri (non c'è nemmeno il ticket :-) ), e soprattutto una parola avulsa dal contesto non è un'equazione di primo grado. Ma poi a qualcuno verrebbe mai in mente di andare a chiedere a un matematico di eseguire un calcolo per cui basta una semplice calcolatrice? Bah.
4. Thrillville, acquistato online per una decina di euro, è probabilmente uno dei migliori giochi Wii sul mercato. Lucasarts, ovviamente, non delude mai. La musica monkeyislandiana che fa da sottofondo ai minigiochi pirateschi è poi un tocco geniale. Manca solo Bernard Bernoulli.

Allie
venerdì, maggio 29, 2009
Nonplussed.
Ennesima, interminabile notte insonne. Un giro sull'amico-nemico di tante ore lunari, il buon vecchio Facebook così invariabilmente sulla bocca di tutti. Mi viene in mente di vedere che fine hanno fatto persone conosciute una vita fa, "Facebookfriended" agli esordi del sito, ancora a Penn. Ricordo una buffa, esuberante africana ragazza conosciuta al corso di francese, so che allora era follemente innamorata del fidanzato e mi chiedo com'è poi finita. Torno sul profilo di lei e vedo che sì, risulta ancora "Married to" him. Mica per davvero, hanno sempre finto di esserlo, ma mi pare comunque un buon segno. Poi guardo meglio: si è appena iscritta a un gruppo dedicato alla memoria di lui. Penso a una colossale montatura, visto il carattere ironico e irriverente di entrambi. Ma no, è tutto vero: pagina con foto-santino, cronaca di una morte annunciata (stroncato da una malattia a 23 anni) e link alla fondazione per la ricerca istituita a suo nome. Sarò sincera: non lo conoscevo affatto e non posso esprimere nulla più dell'amara sorpresa nell'apprendere la notizia e della tristezza per la perdita di una vita così giovane e intensa, ma mi sento notevolmente destabilizzata dalla commistione del lutto e del social networking. Non mi era capitato, a parte qualche memorial di animali domestici passati a miglior vita. E francamente mi inquieta non poco. Ho sempre dato grande valore alla commemorazione, ma mi sconvolge vedere il profilo di questo ragazzo ancora attivo e frequentato da gente che gli si rivolge tranquillamente in modi assurdi ("What happened? How sad!") come se lui potesse rispondere, oppure vedere scritto pubblicamente che l'intera comunità LGBT della zona lo compiange, il che ridimensione notevolmente la teoria del matrimonio... ma c'era bisogno di farlo pubblicamente? Certo, il tutto è commovente, ma sento davvero che è stato oltrepassato un grosso limite. Sono discorsi triti e ritriti, ne sono conscia e lo dico da irrecuperabile FB-addict quale sono e quale continuerò ad essere, ma rifletto spesso su quanto la virtualità, se si può dire, rischi davvero di prendere il sopravvento sulla vita reale... e applicare lo stesso concetto alla *morte* reale mi lascia decisamente senza parole.
Allie
Allie
lunedì, maggio 11, 2009
Diamo a Cesare quel che è di Cesare
Un po' a causa del mio perenne streben verso l'Altrove, un po' perchè finora mi sono sempre dedicata ad occupazioni che prescindevano dal tempo, dal clima e dalle festività (studiare e tradurre non conoscono calendari, nel bene e nel male), mi è sempre capitato di rado di fare le cose "in stagione", forse sin dalla fine delle elementari. Ricordo un libro per bambini, risalente più o meno a quell'epoca, in cui ogni mese veniva descritto nelle sue caratteristiche e attività più tipiche. Palle di neve d'inverno, sole e mare d'estate. Incredibile dictu, anche se una parte di me ha sempre detestato la fiera degli stereotipi, un'altra parte del mio essere è sempre stata dispiaciuta di non aver mai tempo di fare le cose al momento giusto, come guardare un film horror durante un temporale coi fiocchi oppure tuffarmi totalmente nell'atmosfera natalizia senza l'ansia degli esami. Ho sempre saputo di aver bisogno delle stagioni nella vita e sono sempre stata cosciente della necessità di regolarizzare il mio bioritmo, ma al contempo sono e resto comunque segretamente orgogliosa degli orari tutti miei, tanto che mi disgusta sinceramente l'essere diventata ciò che avevo giurato a me stessa di evitare come la peste: una persona che "aspetta i weekend". Ebbene sì. La reginella della notte, degli orari sballati, dei periodi di iperattività alternati a quelli di inerzia, col suo vendersi al sistema e alla corporate life ha finito per l'irregimentarsi in ciò che più temeva (pur a modo suo, s'intende: la sua attuale media di 3,5 ore di sonno a notte testimonia una viscerale e sovversiva incapacità di conformarsi). In genere quando ci penso mi lascio prendere dallo sconforto; oggi invece ho deciso di abbandonarmici: if you can't beat them, join them. E, ammettiamolo, una domenica tardopomeriggioprimaserata sdraiata sull'erba e cullata dalla brezza primaverile è innegabilmente da mettere agli atti.
Allie
mercoledì, aprile 01, 2009
"Five by five." Rather, five *times* five.
From Facebook with love. E scusate per l'anglofonia dilagante, era il tipo di scrittura che in italiano non ha lo stesso effetto.
25 Random Things About Me
1. I am utterly afraid of bureaucracy, even though I have filled in all kinds of forms for at least three different governments. Maybe it was not so smart to start this note in the midst of my Tax Return frenzy.
2. I own a guitar, but I never really learned how to play it. I want to, however. Any volunteers?
3. I can live in complete chaos and still swear by color-coding.
4. "Emotion is my middle name."
5. Even if you know me just a little, there is absolutely no chance you may have not noticed my hopeless tea addiction. I worship tea. Tea is your savior. Tea is good, in any form or variety: Lavender, Vanilla Jasmine, Rose, Ylang-Ylang, Green Tea with Strawberry, Arizona Green Tea, tea popsicles, tea-scented lotion, tea books, tea parties, the Tea Party, the Boston Tea Party. But *Alice's* tea party beats them all (especially when held at Alice's Tea Cup in NYC).

6. Speaking of which, the association with Alice is Wonderland is probably the only thing I really like about my name. I cannot stand the [c] sound in Italian, which explains why I have always been happy to switch to the anglophone or francophone pronunciations of my name when I was abroad. Ain't I curiouser and curiouser.
7. "I enjoy cross-referencing." I am the self-appointed Queen of Wilfing and a helpless Wikipedia addict, with a thirst for knowledge almost as unquenchable as Rupert Giles's.
8. Which brings me to the fact that my recent Buffy The Vampire Slayer and Harry Potter addictions have made me realize that I could really use a Giles/Dumbledore/Gandalf figure in my life.
9. As much as I complain about the cold and the humidity, I just love rain. Face it.
10. But there is nothing like snow. Or rainbows, of course.
11. I am undoubtedly a literature person (not to mention the literary *personae* that inhabit my mind :-)), but I aced my Math final at the end of high school. I blame a certain professor (or more than one, rather) for killing the scientist in me.
12. I could spend my life in a movie theater and never get tired. I tend to favor contemporary US flicks, but I'm working on "eclecticizing" my cinematic tastes. I am definitely no expert, but I believe in the validity of the lowercase culture approach and will watch anything from classics to modern-day epitomes of poor cinematography such as Staying Alive. Forgive me, Frankie Muniz.
13. I am a compulsive picture-taker. Even worse, I find it painful to delete pictures from my memory card. Even after I have downloaded them to my computer *and* uploaded them to facebook.
14. My love for the US does not seem to be subsiding even after my "divorce" from the Land of Opportunities, but few people know that it all began with England.
15. I was a hardcore Thatter. At least I had singled out the only band member that was gonna get far.
16. I read, therefore I exist.
17. Once in my life, I would love to try skydiving.
18. At the dawn of the Internet, when Sixdegrees.com was all the rage, I belonged to their Chapstick Addicts online group. I never leave my house without at least a couple chapsticks in my bag (preferably one that is highly moisturizing and one that has an aromatherapeutic power on my nostrils and/or tastebuds). I still maintain a chapstick collection (color-coded, ça va sans dire).
19. My self-confidence is bipolar.
20. I am a wanderer at heart, but am still unable to travel light. I live in the eternal and self-invalidating pursuit of the Elsewhere.
21. I own an Obi-wan Kenobi light saber - and am proud of it.
22. Not many people have two-digit lucky numbers. Guess what mine is.
23. I barely ever watch TV, but I periodically develop unhealthy addictions to TV series (God bless boxed sets) and to fictional characters. Tall, decaf, DawsonLeery-SethCohen-Oz blend, please. With a vanilla flavor shot.
24. My favorite place in the world is the observation deck of the Empire State Building.
25. I am so in love with words that I record all kinds of review snippets and random phrases that I happen to read here and there in my "Beautiful writing" archive. I also love quotes, and will often throw in sentences drawn from someone else into any kind of spoken or written conversation (see #4 and #7). Sometimes, when I don't know how to end a blog post or the like, I'll even resort to metaquotes. Such as "Quoth the Raven, 'Nevermore.'"
2. I own a guitar, but I never really learned how to play it. I want to, however. Any volunteers?
3. I can live in complete chaos and still swear by color-coding.
4. "Emotion is my middle name."
5. Even if you know me just a little, there is absolutely no chance you may have not noticed my hopeless tea addiction. I worship tea. Tea is your savior. Tea is good, in any form or variety: Lavender, Vanilla Jasmine, Rose, Ylang-Ylang, Green Tea with Strawberry, Arizona Green Tea, tea popsicles, tea-scented lotion, tea books, tea parties, the Tea Party, the Boston Tea Party. But *Alice's* tea party beats them all (especially when held at Alice's Tea Cup in NYC).

6. Speaking of which, the association with Alice is Wonderland is probably the only thing I really like about my name. I cannot stand the [c] sound in Italian, which explains why I have always been happy to switch to the anglophone or francophone pronunciations of my name when I was abroad. Ain't I curiouser and curiouser.
7. "I enjoy cross-referencing." I am the self-appointed Queen of Wilfing and a helpless Wikipedia addict, with a thirst for knowledge almost as unquenchable as Rupert Giles's.
8. Which brings me to the fact that my recent Buffy The Vampire Slayer and Harry Potter addictions have made me realize that I could really use a Giles/Dumbledore/Gandalf figure in my life.
9. As much as I complain about the cold and the humidity, I just love rain. Face it.
10. But there is nothing like snow. Or rainbows, of course.
11. I am undoubtedly a literature person (not to mention the literary *personae* that inhabit my mind :-)), but I aced my Math final at the end of high school. I blame a certain professor (or more than one, rather) for killing the scientist in me.
12. I could spend my life in a movie theater and never get tired. I tend to favor contemporary US flicks, but I'm working on "eclecticizing" my cinematic tastes. I am definitely no expert, but I believe in the validity of the lowercase culture approach and will watch anything from classics to modern-day epitomes of poor cinematography such as Staying Alive. Forgive me, Frankie Muniz.
13. I am a compulsive picture-taker. Even worse, I find it painful to delete pictures from my memory card. Even after I have downloaded them to my computer *and* uploaded them to facebook.
14. My love for the US does not seem to be subsiding even after my "divorce" from the Land of Opportunities, but few people know that it all began with England.
15. I was a hardcore Thatter. At least I had singled out the only band member that was gonna get far.
16. I read, therefore I exist.
17. Once in my life, I would love to try skydiving.
18. At the dawn of the Internet, when Sixdegrees.com was all the rage, I belonged to their Chapstick Addicts online group. I never leave my house without at least a couple chapsticks in my bag (preferably one that is highly moisturizing and one that has an aromatherapeutic power on my nostrils and/or tastebuds). I still maintain a chapstick collection (color-coded, ça va sans dire).
19. My self-confidence is bipolar.
20. I am a wanderer at heart, but am still unable to travel light. I live in the eternal and self-invalidating pursuit of the Elsewhere.
21. I own an Obi-wan Kenobi light saber - and am proud of it.
22. Not many people have two-digit lucky numbers. Guess what mine is.
23. I barely ever watch TV, but I periodically develop unhealthy addictions to TV series (God bless boxed sets) and to fictional characters. Tall, decaf, DawsonLeery-SethCohen-Oz blend, please. With a vanilla flavor shot.
24. My favorite place in the world is the observation deck of the Empire State Building.
25. I am so in love with words that I record all kinds of review snippets and random phrases that I happen to read here and there in my "Beautiful writing" archive. I also love quotes, and will often throw in sentences drawn from someone else into any kind of spoken or written conversation (see #4 and #7). Sometimes, when I don't know how to end a blog post or the like, I'll even resort to metaquotes. Such as "Quoth the Raven, 'Nevermore.'"
Allie
venerdì, marzo 27, 2009
Charging Up
"There's more to living than only surviving
Maybe I'm not there, but I'm still trying..."-The Offspring, Staring At The Sun
Chi mi conosce sa che rappresento un curioso mix di organizzazione e caos, di ordine e confusione, e che anche se in genere non mi dà fastidio che la mia scrivania sia sepolta da libri e incartamenti vari o che il mio armadio sia pieno di cose che non metto da secoli, allo stesso modo impazzisco per il color-coding e per i grandi progetti di riordino mentale e fisico. Progetti che solo di rado riesco a portare a termine, ma in cui mi lancio ogni volta con rinnovata energia. Nel retrobottega del mio cervello c'è da tempo un embrione di percorso di decluttering, che tuttavia non ho ancora avuto modo di far crescere a dovere. Probabilmente perchè nonostante tutto la fase di assestamento non accennava a concludersi e mi veniva più naturale vivere un po' in prestito, come se il mio mondo non fosse stato davvero mio. Non credo che da fuori si notasse molto, a parte la grande rivoluzione del lavoro in ufficio ho continuato a fare le stesse cose, a vestirmi allo stesso modo, a mantenere le stesse idiosincrasie. Recentemente mi è capitato di dire a una persona che mi è molto vicina che prima o poi "avrei ripreso le redini della mia vita qui", suscitando una perplessa ma rassicurante risposta: "Ma guarda che non le hai mai perse!". Non è vero. Non del tutto, almeno. Dare un colpo al cerchio e uno alla botte è quasi difficile quanto scegliera fra l'uno e l'altra.. Ora le circostanze in qualche modo hanno deciso per me. Non vengo certo a dire che sia stata tutta una casualità, nè che il responso dell'oracolo USCIS sia stato inaspettato, e mentre cerco di elaborare il "divorzio" americano definitivo ringrazio anche per la limitazione della possibilità di scelta. Certo, penso spesso all'Altra Vita, non tanto quella che mi sono lasciata alle spalle, quanto a quella costituita da tutte le "potenzialità inespresse", tanto per citare qualcuno, che sicuramente mi si sarebbere presentate "più di là che di qua". Per non parlare di tutte le piccole yankee-erie che tanto amavo e che avevo assorbito alla perfezione, perchè, in barba a tutto quello che io stessa ho criticato dell'(effettivamente) illogico mondo americano, di tutte le sue incongruenze e disparità, la land of opportunities mi aveva offerto tanto, sia su un piano universalmente accettabile, sia a livello di preferenze personali, talvolta poco condivisibili. Bene. Ho preso decisioni giuste e decisioni necessarie. Il mio futuro al momento è qui, ma tutta quell'italianità che avevo riscoperto da lontano non è più così scintillante. Solito problema della mia perenne ricerca dell'Altrove? No, stavolta non lo credo. Quello che ho ritrovato, eccezion fatta per una cosa fondamentale e irrinunciabile, non è decisamente quello che avevo lasciato, non si avvicina neppure all'entità oggettiva sfrondata di ogni patina dorata, di ogni fiocchetto rosa. Sarebbe davvero il momento di riprendere il largo, ma naturalmente, mutatis mutandis, una qualsiasi mossa di questo calibro andrebbe pianificata con molta più cura. Verrà il momento, se è giusto che venga. Ma adesso che la primavera ci impone di scrollarci di dosso il torpore invernale, in qualsiasi sua forma, mi sembra un momento appropriato per riprendere davvero in mano la situazione qui. Il primo passo sarà una mia personalissima interpretazione di feng shui: voglio smettere di sentirmi "di passaggio" nella mia stessa camera, dalla cui massa informe sostanzialmente estraggo di volta in volta i vestiti e gli oggetti che mi servono, e cominciare a rendere l'ambiente in cui vivo più in sintonia con me stessa. Ma prima ancora voglio mettere in carica tutti i dispositivi che lo permettono: potrà sembrare assurdo, ma trovarmi in treno con l'iPod in fin di carica è stato una sorta di giro di boa. Pur nel caos che ha sempre regnato nei luoghi in cui ho vissuto, le pile scariche reali sono sempre state il correlativo oggettivo di quelle interiori. Time to charge up, dunque.
Allie

domenica, febbraio 01, 2009
Winter Wonderland
"Curiouser and curiouser!", cried Alice (she was so much surprised that for the moment she quite forgot how to speak good English).
Questo primo mese del 2009 in effetti è stato piuttosto insolito. Un bel po' di roba da fare, come ogni gennaio che si rispetti, ma anche tanti bei momenti da ricordare. Qualcuno meno positivo, ma farò lo sforzo di lasciarlo indietro e concentrarmi su ciò che invece merita di essere conservato. Un capodanno davvero rilassante che compensa la negatività del 31 (che giustamente faceva ancora parte del 2008 archiviando); due belle giornate forlivesi, con tanto di puntate al Brirò e all'All Round e con una bella dose di chiacchiere (potteriane e non) con Lady Mìccioli, che qui invito pubblicamente ad affrontare i km che ci separano :-)
Poi una settimana intensa di preparazione alla Nuova Avventura: se non altro una volta tanto sono riuscita ad approfittare dei saldi, cosa per cui di solito mi muovo troppo tardi. E finalmente il 19 la svolta: un nuovo lavoro che, udite udite, mi costringe a ritmi di vita da persona normale. O quasi
, visto che l'anticipare drasticamente la sveglia non si riflette molto sull'orario di "addormentamento", e soprattutto visto che il libro da tradurre che devo consegnare fra una settimana mi riempie comunque le nottate. Però tutto sommato sono positiva, quando riuscirò a dormire un po' più di 3-4 ore a notte andrà ancora meglio. Da fare ce n'è già tanto, ma l'ambiente è bello e la benedetta autostrada mi permette di evitare la tangenziale alle otto di mattina. Stanchezza in abbondanza, certo, ma confido che dopo l'8 febbraio le cose andranno meglio. E intanto riscopro la domenica: come promesso a qualcuno, ci tenevo a registrare qualche impressione di questo splendido pomeriggio innevato. Un risveglio sotto l'egida della bianca signora, che mi mette sempre di buonumore e compensa il mal di testa lancinante da meteoropatia. Poi l'idea di barattare il derby dell'Appennino (per altro rimandato poi a domani) con un giretto sotto i fiocchi in caduta libera e un tè caldo con persone care... A volte basta davvero poco per sentirsi bene. Una frase co
nclusiva, ripescata da Sara: "Siamo tutti matti". Ed ecco che il mio carrolliano Cheshire Cat torna fuori, cosa che ultimamente è capitata varie volte. We're all mad here. Bene, prendiamola così. E sempre per riprendere il messaggio di Sara, di altri mondi ce ne sono a migliaia... il mio obiettivo in questo 2009 è definire il mio, e anche se la yellow brick road davanti a me sarà lunga e tortuosa, l'importante è il primo passo. Magari indossando le ruby slippers.
Dorothy
Questo primo mese del 2009 in effetti è stato piuttosto insolito. Un bel po' di roba da fare, come ogni gennaio che si rispetti, ma anche tanti bei momenti da ricordare. Qualcuno meno positivo, ma farò lo sforzo di lasciarlo indietro e concentrarmi su ciò che invece merita di essere conservato. Un capodanno davvero rilassante che compensa la negatività del 31 (che giustamente faceva ancora parte del 2008 archiviando); due belle giornate forlivesi, con tanto di puntate al Brirò e all'All Round e con una bella dose di chiacchiere (potteriane e non) con Lady Mìccioli, che qui invito pubblicamente ad affrontare i km che ci separano :-)
Poi una settimana intensa di preparazione alla Nuova Avventura: se non altro una volta tanto sono riuscita ad approfittare dei saldi, cosa per cui di solito mi muovo troppo tardi. E finalmente il 19 la svolta: un nuovo lavoro che, udite udite, mi costringe a ritmi di vita da persona normale. O quasi
, visto che l'anticipare drasticamente la sveglia non si riflette molto sull'orario di "addormentamento", e soprattutto visto che il libro da tradurre che devo consegnare fra una settimana mi riempie comunque le nottate. Però tutto sommato sono positiva, quando riuscirò a dormire un po' più di 3-4 ore a notte andrà ancora meglio. Da fare ce n'è già tanto, ma l'ambiente è bello e la benedetta autostrada mi permette di evitare la tangenziale alle otto di mattina. Stanchezza in abbondanza, certo, ma confido che dopo l'8 febbraio le cose andranno meglio. E intanto riscopro la domenica: come promesso a qualcuno, ci tenevo a registrare qualche impressione di questo splendido pomeriggio innevato. Un risveglio sotto l'egida della bianca signora, che mi mette sempre di buonumore e compensa il mal di testa lancinante da meteoropatia. Poi l'idea di barattare il derby dell'Appennino (per altro rimandato poi a domani) con un giretto sotto i fiocchi in caduta libera e un tè caldo con persone care... A volte basta davvero poco per sentirsi bene. Una frase co
nclusiva, ripescata da Sara: "Siamo tutti matti". Ed ecco che il mio carrolliano Cheshire Cat torna fuori, cosa che ultimamente è capitata varie volte. We're all mad here. Bene, prendiamola così. E sempre per riprendere il messaggio di Sara, di altri mondi ce ne sono a migliaia... il mio obiettivo in questo 2009 è definire il mio, e anche se la yellow brick road davanti a me sarà lunga e tortuosa, l'importante è il primo passo. Magari indossando le ruby slippers.Dorothy
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