"And I want life in every word to the extent that it's absurd I know you're wise beyond your years, but do you ever get the fear That your perfect verse is just a lie you tell yourself to help you get by?"
"Every morning, it's a new surprise Don't know who I am before I roll the dice..."
Millencolin, "Random I Am"
Qualche giorno (notte) fa ho scritto una lettera a un caro amico. Sì, d'accordo, era un'e-mail, ma aveva il profumo e la lunghezza di una missiva vergata a mano e macchiata dell'inchiostro notturno dei pensieri tanto confusi quanto profondi dell'insonnia e dell'introspezione. Fra le altre cose ho buttato lì una frase scaturita quasi sua sponte, che riassume il lingering feeling che mi accompagna in questo periodo. "Ho paura di tornare indietro sul tabellone invece di tirare il dado e proseguire." Metafora banale, forse, ma efficace per molti versi. Il caroamicotiscrivo me l'ha giustamente rilanciata, perchè la tenessi a mente e perchè mi adoperassi per tirarlo, quel dado. Me la appunto qui, non per autocompiacimento, ma perchè a volte fa davvero bene ricordarsi del proprio senso di marcia.
You're reaching in but you don't know where to begin..."
The Offspring - "Hypodermic"
Mentre scrivo di stereotyping and sense-making per qualche astruso motivo mi torna in mente questa vecchia canzone dei miei beneamati Offspring, una traccia forse sconosciuta a chi non si è spinto indietro oltre Smash e Ixnay, ma che a me è rimasta impressa. Eccomi di nuovo a tirare le somme, o quasi, di un altro intenso periodo all'estero. Il tutto mentre cerco di addentrarmi nei meandri della teoria dell'identità sociale, almeno quel tanto che basta per fornire un framework teorico alle mie analisi cinematografiche. (Ri)partire implica certamente rimettersi in discussione... ma (ri)tornare spesso è ancora più complesso... uno si plasma un'identità "nuova" in virtù di tutte le esperienze e le persone che incontra sul suo cammino, ma poi si ritrova all'improvviso a dover fare i conti con la (le) identità precedenti, custodite nei luoghi e nelle memoria collettiva (almeno di quelli che ancora si ricordano di lui!). E allora it "doesn't matter who you've been", or does it? Conta solo quello che si era prima, nel luogo a cui si fa ritorno? E che fare di quello che si è stati nel mezzo, nell'altrove spaziale e mentale? Francamente stavolta mi sento ancora meno in grado di rispondere. Passare qualche mese all'estero per certi versi è una magnified projection della fugace esperienza dell'altrove regalato da un libro o da un film: certo, è vita vera, a volte anche complicata da tutta una serie di questioni organizzative che ne rallentano la realizzazione vera e propria, ma contiene anche la dimensione dell'esplorazione, della possibilità, una gamma di opzioni che magari nel mondo "normale" non si prenderebbero nemmeno in considerazione o non esisterebbero tout court. Ecco, per la prima volta da quando ho cominciato a spostarmi sul serio ho cominciato a considerare la mia città d'origine come *una* tra le possibilità, non *la* mia dimensione di default. Me ne sono stupita io stessa, ho sempre visto il rientro come una normale conclusione del percorso, a volte anzi l'ho ricercato perchè provavo il desiderio di riappropriarmi di una realtà che sentivo molto più mia di quella in cui mi ero proiettata e con cui faticavo a venire a patti. Stavolta invece temo il pigeonholing che potrebbe aspettarmi, temo quel mondo lavorativo-accademico che ho sempre saputo ostile ma che ora più che mai mi sembra veramente saturo, inespugnabile e malato. Non che qui sia tutto rose e fiori, se non avessi la maggiorazione della borsa di studio probabilmente avrei dovuto far fagotto in quattro e quattr'otto, visto il costo della vita londinese, e tuttavia, anche se studenti e ricercatori sono in subbuglio anche qui, in qualche modo mi sembra che ci sia un minimo di respiro in più (ok, il termine di paragone rende tutto migliore...). Del resto mi sono resa conto da poco dell'ironia di vivere a Barons Court... nomen omen? Boh, quasi quasi ci spero, almeno avrei un mazzo di chiavi per entrare!
1. Huge libraries. Open stacks. Bliss. 2. Conferences on fan culture, Buffy studies, Comic Con, the gaming industry, even more AVT than I can squeeze in my monthly planner. 3. I said "Cheers". Bloody hell. I said "Bloody hell"!
Ne' la ricerca, ne' i lavori freelance hanno mai veramente fine. Shame on me per essermi portata dietro un sacco di roba arretrata, ma anche volendo non avrei avuto modo di smaltire tutto prima della partenza... e se non altro, anche se passo secoli incollata al computer come al solito, quando esco dal laboratorio e' tutta un'altra cosa avere Londra intorno... Il progetto a cui accennavo nell'ultimo post (ormai datato) e' andato in porto, tra frenetici preparativi, innumerevoli problemi con l'alloggio (altra cosa che non ha mai fine!) e smaltimento traduzioni, trascrizioni, sottotitolaggio, paper... Insomma, estate molto piena, ma nel complesso sono davvero felice della trasferta britannica. L'Inghilterra resta sempre il primo amore, anche se dovendo scegliere temo di propendere comunque per quella "Nuova"... Spero di aver tempo di parlare meglio della mia vita qui, ma temo di dover rimandare al post-Torino... ironia della sorte, eccomi di nuovo alla volta di questa bella citta', pronta (no, questo non e' vero!) per un'altra bella conferenza. Il che implica che smetta di scrivere qui e torni al mio paper in fieri!
Immagino che a molti capiti di non riuscire a dormire a causa di un temporale... ma dubito che ci siano altre persone che non riescono a prender sonno per paura di *perdersi* la pioggia! Certo, non è che io sia comunque in grado di dormire a prescindere dalla situazione meteorologica... ma in questo preciso momento il temporale è il correlativo oggettivo dell'esaltazione che cresce dentro di me. Progetti in fase di concretizzazione... progetti importanti per tanti motivi, per uno forse ancor più che per tutti gli altri... I due indizi più significativi sono già nel titolo di questo post. E che il countdown abbia inizio.
Allie
(Foto da http://www.barryhuggins.com/images/book%20tutorial%20images/storm-in-teacup_final.jpg)
Mi ripeto sempre che dovrei imparare a vivere nel presente. Non è esatto, in realtà: dovrei imparare imparare a capire come percepirò il mio futuro una volta che sarà diventato passato. Dedico (spreco) un sacco di tempo a valutare i pro e i contro di ogni minima scelta, ma sono incapace di vedere "the big picture". Se ci fossi riuscita al momento della prima grande Decisione Per La Vita avrei capito che molte delle cose che ho inseguito in giro per il mondo potevo trovarle iscrivendomi alla SSLMIT subito dopo il liceo. Molte volte ho dichiarato che anche tornando indietro nel tempo avrei rifatto le stesse scelte accademiche, cosa che in buona parte resta vera: volevo studiare letteratura, ho seguito corsi fondamentali, incontrato docenti veramente validi e avuto occasioni importanti di crescita come gli scambi all'estero. Epppperò. Sarà che scrivo dopo la bellissima festa per il ventennale SSLMIT, ma ci sono molte cose del polo forlivese che mi avrebbero cambiato la vita. Probabilmente sarebbe stata una dura lotta coi livelli di stress che ho potuto notare nelle amiche sslmitiane e sicuramente vivere a Bologna ha avuto i suoi vantaggi, però la neoventenne Scuola Interpreti presenta alcune caratteristiche che mi sono mancate in tutti gli anni in via Cartoleria. A parte l'ottimo corpo docenti e la qualità delle risorse, la vera rivoluzione è che la gente alla SSLMIT ci crede. Crede in quello che fa, crede nell'imparare davvero le lingue, nel viverle fino in fondo, nel costruircisi un futuro, nel partecipare attivamente e nello sviluppare un senso critico e una capacità organizzativa difficili da trovare altrove. Prende sul serio gli impegni accademici, studia davvero (la biblioteca è aperta e frequentata fino alle 22), organizza study meeting e approfitta delle opportunità di apprendimento extra. Ma sa anche prendersi in giro con un'autoironia mai scontata, sa che dovrà ingegnarsi per far fronte all'immancabile "perplessità" (cit.) post-lauream. Naturalmente non posso generalizzare, nè negare di aver incontrato persone importanti anche nel labirinto di Lingue. Posso però dire che il master, per quanto breve, mi ha aperto un mondo di discussioni sugli argomenti che amo di più. lingue, cinema e letteratura, ma soprattutto mi ha regalato amicizie che sanno ridarmi speranza anche quando mi sento fuori dal mondo. You know who you are. Ora stiamo a vedere come si configura il dottorato: manca la dimensione di quasi-convivenza, ma che bello avere colleghi simpatici e potermi finalmente dedicare al tipo di ricerca che mi interessa davvero. E pensare che posso essere linguisticamente Hermionesque finchè mi pare e cercare di trasformare davvero le mie passioni nel sogno di una professione. "No giving up when you’re young and you want some".